{"id":72,"date":"2006-12-17T09:02:08","date_gmt":"2006-12-17T09:02:08","guid":{"rendered":"https:\/\/mahmag.org\/nucleus-import\/?p=72"},"modified":"2006-12-17T09:02:08","modified_gmt":"2006-12-17T09:02:08","slug":"hai-letto-lolita-a-teheran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/hai-letto-lolita-a-teheran\/","title":{"rendered":"Hai letto Lolita a Teheran?"},"content":{"rendered":"<div class=\"rightbox\"><img src='https:\/\/mahmag.org\/nucleus-import\/media\/2\/20061218-azar.jpg' width='61' height='96' alt='' \/><\/div>\n<p><b>Viaggio in Iran di Mariella De Santis.<\/b><!--more--><b>Hai letto Lolita a Teheran?<br \/>\n<\/b><\/p>\n<p>Quando Laura mi chiese se avessi letto il libro di Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, stavamo bevendo un the a casa mia e io non immaginavo affatto che dopo sei mesi sarei andata a Teheran.<br \/>\nMeno che mai avrei potuto immaginare di andare proprio nell\u2019Universit\u00e0 in cui gran parte del romanzo \u00e8 ambientato, a presentare il libro di poesie di un\u2019autrice italiana.<br \/>\nAvevo lavorato lungo tutta l\u2019estate sul libro di Oretta Dalle Ore, Sotto la pioggia scrosciante, approntando una prefazione e dei commenti in prosa sotto ogni poesia contenuta nel volume che, nel frattempo, era stato tradotto in farsi da Pouran Hajeb e Asghar Ebrahimi(Pirooz) grazie ai quali giunse l\u2019invito a parlare del libro e della poesia italiana presso la Facolt\u00e0 di Italiano della suddetta universit\u00e0.<br \/>\nIntanto, io avevo comperato l\u2019insolito libro della Nafisi. Non un vero romanzo, non un diario, un testo che si pu\u00f2 considerare ottimamente facente parte della letteratura documentale. L\u2019autrice, fu una brillante docente dell\u2019Universit\u00e0 di Teheran sino all\u2019instaurazione del regime degli ayatollah di cui lei stessa era stata fautrice per riceverne in breve tempo una dolorosa disillusione. Compagni, amici, parenti vessati, scomparsi, torturati ed arrestati e il suo corpo di giorno in giorno costretto a scomparire sotto veli, mantelli. Unica sopravvivenza un periodico, clandestino ritrovarsi di donne che parlano di letteratura.<br \/>\n\u201cDalla mia poltrona le montagne non si vedevano, per\u00f2 le loro cime, incappucciate di neve anche d\u2019estate, e gli alberi che cambiavano colore con le stagioni si riflettevano nello specchio ovale appeso alla parete di fronte- un bel pezzo antico trovato da mio padre. Grazie a quella prospettiva indiretta riuscivo ancora meglio a convincermi che il rumore non veniva dalla strada, ma da un posto lontano, e il continuo brusio restava l\u2019unico legame con quel mondo che, almeno per qualche ora potevamo rifiutare\u201d.<br \/>\nTeheran \u00e8 collocata a sud dei monti Alborz, ma curiosamente io ricevevo l\u2019impressione di essere circondata da una catena montuosa, forse per l\u2019effetto dell\u2019imponente monte Damavand, e camminando mi figuravo d\u2019essere al centro di una corona e di camminare sul capo di chi la porta. La luce di cui \u00e8 soffusa la citt\u00e0 \u00e8 incantevole, morbida e falba, mutevole nel corso della giornata e quando varia di colore, non perde una suggestiva luminosit\u00e0 spesso priva di trasparenza..<br \/>\nIl rettilineo che dall\u2019aereoporto conduce al centro citt\u00e0 potrebbe essere quello di Lamezia Terme con le sue poche e garbate palme, ma la luce verde dei minareti, i consecutivi a volte giganteschi ritratti di Khomeini e dell\u2019attuale ayatollah Khamenei richiamano ad una realt\u00e0 che non \u00e8 sovrapponibile a nessun\u2019altra. Non basta leggere su una Guida Blu degli anni 60 che la citt\u00e0 a quel tempo aveva un milione di abitanti e apprendere da una contemporanea che oggi ne ha oltre dodici milioni per figurarsi l\u2019impatto con una metropoli lontana da iconografie mediorientali. La sorpresa di essere dentro un\u2019architettura di cemento e acciaio quale quella di una metropoli occidentale rendeva inquietanti i ricordi incamerati distrattamente da giornali, telegiornali. Ci si accorge che quando si ha un\u2019idea preconcetta di una realt\u00e0, si tende ad attribuire minor valore testimoniale alle immagini documentarie e a pensare che siano particolari, frammenti. Delle immagini, come delle notizie che le accompagnano, incameriamo solo i particolari che possiamo far combaciare con la nostra idea dei mondi lontani dalla realt\u00e0 a noi prossima.<br \/>\nIl traffico \u00e8 frenetico e disordinato, l\u2019aria inquinatissima. Si sta fermi in taxi con i finestrini aperti e ci si ritrova a considerare che poi, in fondo, a Milano non si respira cos\u00ec tanto male\u2026<br \/>\nIntanto, avevo gi\u00e0 un foulard in testa. Poco prima che l\u2019aereo atterrasse tutte le donne che gi\u00e0 non avessero coperto il capo, indossavano il copricapo prescelto. Le hostess lo avevano come parte integrante della divisa e non se ne erano mai private durante il volo. Mi ero informata su come avrei dovuto regolarmi nell\u2019abbigliamento, nei modi di fare e mi pareva tutto molto facile e all\u2019inizio quasi divertente. Capo coperto, soprabito lungo almeno al ginocchio, mai dare la mano agli uomini nel salutare, evitare il contatto fisico.<br \/>\n\u201cIo dissi che la mia integrit\u00e0 di insegnante e di donna era compromessa dall\u2019imposizione ricattatoria del velo, in cambio di qualche migliaio di tuman di stipendio. Il problema non era il velo in quanto tale, ma la libert\u00e0 di scelta. Mia nonna si era rifiutata di uscire di casa per tre mesi, quando altre leggi l\u2019avevano costretta a toglierselo. Io sarei stata altrettanto tenace nel mio rifiuto di portarlo. Non sapevo che di l\u00ec a poco quel rifiuto avrebbe potuto costarmi il carcere, la fustigazione o addirittura la vita.[\u2026]. Adesso che non potevo pi\u00f9 pensare a me come un\u2019insegnante, a una scrittrice, che non potevo indossare quello che volevo, o camminare per strada al mio passo, gridare se mi andava di farlo o dare una pacca sulla spalla a un collega maschio, adesso che tutto era diventato illegale, mi sentivo evanescente, artificiale, un personaggio immaginario scaturito dalla matita di un disegnatore che una gomma qualsiasi sarebbe bastata a cancellare.\u201d<br \/>\nNon si pu\u00f2 immaginare quanto possa essere difficile cancellare da s\u00e9 abitudini, autopercezioni. I miei capelli liscissimi facevano di sovente scivolare il foulard dal capo; mi accorgevo di creare imbarazzo e allora con Oretta decidemmo di comperare un mini chador, soprattutto in vista dell\u2019incontro che avremmo dovuto tenere in Universit\u00e0. Lo volevo colorato, lo cercai con Pouran ma fu impossibile trovarne che non fossero neri o marrone. Ne scovai uno carta da zucchero e, imparati i gesti, divenne comodo e soprattutto tranquillizzante accessorio. Il viaggio si \u00e8 svolto dal 25 al 31 ottobre dello scorso anno. Faceva ancora abbastanza caldo e il capo coperto, il soprabito di lana costruivano intorno al mio corpo una sorta di impalcatura che mi intorpidiva la presenza in pubblico. I miei sentimenti oscillavano tra desiderio di rispettare le altrui consuetudini e il rifiuto di adeguarmi a qualcosa del tutto estranea a me. La mia amica antropologa Vanna, mi scriveva per posta elettronica che non dovevo sentirmi in colpa se non riuscivo ad accettare completamente certe regole, mi spiegava che ci sono reazioni sedimentate nella memoria anche organica che hanno a che fare con i vissuti culturali a cui si appartiene. Il mio amico Ennio, nel corso di una conversazione mi aveva detto che non riusciamo ad immaginare quanto possano sentirsi a disagio coloro che dai paesi musulmani arrivano da noi e devono rinunciare alle proprie abitudini\u2026 pensavo a questi due punti di vista diversi e intanto osservavo i volti delle ragazze, dei giovani. Le donne iraniane sono molto belle negli ovali del volto, colori e taglio degli occhi. Difficilmente ne incontri lo sguardo, ma colpisce il loro portamento elegante anche quando sono completamente avvolte nei lunghi chador. Nei centri commerciali si incontravano frotte di giovani, delle ragazze mi impressionava a volte un trucco del viso eccessivo, fin troppo evidente e stridenti meches bionde sui bellissimi capelli neri. Nei negozi vedevo vestiti scollati, o appariscenti, ornati di lustrini, che, mi spiegarono, erano acquistati per le feste in casa. Mi sentivo in colpa per la tristezza che mi provocava questa spiegazione. Avrei voluto che qualcuna mi dicesse: Sono felice cos\u00ec . Ma non ho potuto porre a nessuna questa domanda in modo tanto diretto. Non ho visto giovani allegri per le strade di Teheran. A volte ho riconosciuto occhi annebbiati e un bisogno di fare massa come per non lasciare spiragli alla solitudine. Non ho sentito leggerezza. Lunghe vesti di donne ma spesso anche di uomini, svolazzavano nei passi frettolosi e tutto quel nero tinteggiava le strade fino quasi a sostituirsi ai corpi e gli sguardi severi degli ayatollah che giungevano dai manifesti spesso giganteschi, sembravano spingessero anche me ad affrettare inutilmente il passo. Mi spiegavano che \u00e8 una citt\u00e0 enorme, che tutti corrono, che c\u2019\u00e8 fretta sempre, ma ero pur sempre in una citt\u00e0 del vicino Oriente, non a New York\u2026domande, domande\u2026Tante me ne sono rimaste in gola\u2026<br \/>\nNon vi dir\u00f2 del canto del muezzin che si leva nell\u2019ora della preghiera n\u00e9 delle luci che verso il crepuscolo si accendono nei minareti effondendo l\u2019aria di bagliore verde e non perch\u00e9 siano elementi privi di suggestione, ma proprio perch\u00e9 \u00e8 facile immaginare quanta ne abbiano. Vi racconto lo straniamento, il bisogno di stare l\u00ec e la voglia di andare via. La difficolt\u00e0 di capire da vicino quanto invece da lontano sembrerebbe sufficientemente chiaro.<br \/>\nSono arrivata in Iran durante il Ramadan, il che vuol dire che non si pu\u00f2 mangiare o bere per strada sino al tramonto, ma, come prescrive il Corano, chi \u00e8 in viaggio \u00e8 giustificato nella deroga al precetto. Questo vuol dire che negli alberghi si pu\u00f2 mangiare secondo le proprie esigenze e si possono ospitare anche amici musulmani. Non ho quindi assaggiato i dolci che vedevo nelle vetrine di alcuni negozi, non ho bevuto i succhi di melograno amaranto che facevano mostra da negozi ornati di frutta n\u00e9 assaggiato il pane appena sfornato. Nelle ore in cui avrei potuto acquistarli si rispettava il digiuno, in quelle in cui il digiuno era sospeso, io e i miei compagni di viaggio avevamo gi\u00e0 mangiato in qualche ristorante. Ma il dispiacere non era quello di una golosit\u00e0 soffocata, no\u2026mangiare per strada, comperare dove facevano acquisti gli iraniani, mi sembrava che sarebbe servito a mischiarmi un poco, a confondermi, a com-prendere qualcosa &#8211; che la mente non riusciva a contenere- attraverso il corpo. Questo mio corpo amico e senziente all\u2019esperienza che a volte capisce la vita prima di ogni mia cognizione.<br \/>\n\u201c&lt;&gt; prosegu\u00ec &lt;&gt; insistette. &lt;&gt;.<br \/>\nCredo di aver conosciuto una buona insegnante all\u2019universit\u00e0 di Teheran, Nadia Moaveni, una italianista, che molto si era adoprata per organizzare la presentazione di Sotto la pioggia scrosciante, in quanto tradotto dalla sua ex allieva Pouran. Nadia mi appare donna solida e dolce, colta e modesta. Animata da amore per la lingua italiana, per l\u2019Italia, per gli studenti a cui- mi dicono- si dedica con generosit\u00e0. L\u2019impatto con l\u2019istituzione ed i suoi membri fu inevitabilmente formale, ma proprio in quelle situazioni mi veniva spontaneo porgere la mano per salutare anche agli uomini, come se l\u00ec pi\u00f9 che mai ci fosse il bisogno di riconoscimento. Qualcuno mi aveva gi\u00e0 detto che sembravo una iraniana per i tratti del viso, l\u00ec me lo ripeterono in tanti e allora successe una cosa curiosa- un merito della sapienza del soma- cominciai a sentire che avevo qualcosa in comune con quel popolo, con quella terra. Che probabilmente il mio miscuglio di sangue, colori e forme, derivava da quella stirpe per via immemore. E qualcosa finalmente in me si sciolse.<br \/>\nNella bacheca della Facolt\u00e0 di Italiano, molti classici, mi pare tanto Verga. Qualche giorno prima della conferenza, il preside di Facolt\u00e0 ci ricevette nel suo studio. Una vera conversazione persiana, come si legge sulle guide di viaggio, la maggiore attenzione fu rivolta ad Oretta, in quanto poetessa ospite. La conversazione si svolse prima in inglese e poi in francese, poche le domande dirette, grande discrezione, un simulato distacco da parte dell\u2019interlocutore che pareva pi\u00f9 una cautela, un riguardo. Immagino che sia chi studi una lingua minoritaria come l\u2019italiano in Iran o il farsi in Italia, sia mosso da un trasporto intenso verso un popolo, una cultura, infatti la sera della conferenza, i tanti giovani erano colti, curiosi, attenti. Per tutti, prima di iniziare, the accompagnato dai dolci tipici con cui si rompe il digiuno al tramonto, nel periodo di Ramadan, di nuovo per me quella sensazione di essere dentro una stanza e non sulla soglia.<br \/>\nIsfahan o, come dice il suo nome, la met\u00e0 del mondo. \u00c8 stata l\u2019unica nostra deviazione dalla capitale ed \u00e8 una delle pi\u00f9 belle citt\u00e0 che io abbia mai visto. Dodici i ponti magnifici che accarezzano la sua schiena bagnata dal maestoso fiume Zajandehrood. Ecco la dolcezza immaginata in una citt\u00e0 persiana, le cupole a mosaici azzurri, blu e verdi delle tre moschee, la Meidun, maestosa piazza che poco alla volta emerge quale ricordo cinematografico dal film pasoliniano Il fiore delle mille e una notte. E una cordialit\u00e0 diffusa, una distensione nel parlare, nello stare per strada che dopo l\u2019impatto con Teheran trovavo balsamico. A Isfahan abbiamo avuto un taxista a disposizione per i tutti i giorni della permanenza, col costo di un percorso lungo in taxi a Milano. Finalmente si parlava con chi si incontrava nel solito buffo miscuglio di lingue che viene fuori quando non si ha nemmeno una lingua in comune. Nei pressi della citt\u00e0 visitammo il monastero armeno di Julfa, piccola rispettata enclave cristiana. Esso \u00e8 in buona parte rifatto ma si presenta con una sua autorevolezza e molti sono i visitatori. Mohamed, il nostro chaperon, voleva mostrarci le cose che pi\u00f9 possono colpire l\u2019immaginazione del turista occidentale con l\u2019idea di un mondo magico e misterioso come pure ci portava a fare compere da suoi amici fidati. Un giorno, verso il tramonto, Mohamed si \u00e8 offr\u00ec di portarci in una fabbrica di tovaglie, percorremmo una campagna piatta, attraversata dal fiume, molti venditori improvvisati stendevano a terra carote, patate, verdure, la gente si accingeva a fare compere o preparare da mangiare, molte famiglie sostavano e chiacchieravano in riva al fiume, grossi corvi volavano bassi e gracchianti, l\u2019atmosfera mi ricordava quella del giorno prima di una festa religiosa importante nel sud Italia, tutto era lento, disteso. Arrivammo in uno spiazzo, da lontano avevo intravisto delle tende basse tipo igloo e il nostro taxi si dirigeva proprio in quella direzione, Mohamed ci fece cenno di scendere\u2026eravamo arrivati. La fabbrica era l\u2019accampamento di due tintori, due facce d\u2019uomo che erano sculture umane, c\u2019era una storia addensata nelle rughe, nella pelle di colore stratificato che mi lasci\u00f2 senza fiato. Una sorta di testata contro un tempo fermo come l\u2019acqua rossa nel grande paiolo di rame a fianco della tenda. La mia guida suggerisce : \u201cgeneralmente si chiede il permesso ad un iraniano di scattargli una foto, questo viene accordato pi\u00f9 che volentieri. La foto risulter\u00e0 un po\u2019 innaturale, \u00e8 ovvio, ma \u00e8 meglio di niente.\u201d, chiesi il permesso al tintore di fotografarlo; non aveva voluto vendermi le sue tovaglie poich\u00e9 non ancora era finito il processo di tintura ma non mi rifiut\u00f2 la foto. Il suo volto \u00e8 una delle cose pi\u00f9 belle che ho riportato dall\u2019Iran.<br \/>\nVenerd\u00ec 28 ottobre: giorno di preghiera e di solidariet\u00e0 con la Palestina, per le strade del centro incontrai un esiguo corteo. Qualche ora dopo in televisione venne mostrata la piazza stracolma di manifestanti. Non ero al posto giusto nel momento giusto.<br \/>\nTornammo a Teheran; gli aeroporti sono luoghi caldissimi. Nei banchi per l\u2019imbarco uomini e donne lavorano fianco a fianco. Gli uomini in maniche di camicia, le donne con camicia, giacca, capo coperto. Questa disparit\u00e0 era per me difficile da accettare; il pensiero del caldo patito dalle hostess mi provocava un disagio fisico.<br \/>\nA pochi metri dall\u2019hotel in cui alloggiavamo, su una parete giganteggiava un manifesto inesistente prima della partenza per Isfahan: una enorme clessidra conteneva nella parte superiore una raffigurazione della terra e in quella inferiore c\u2019era Israele. Campeggiava su tutto una scritta: Sionism is out of the world. Qualcosa di grave stava per accadere in un equilibrio nei fatti mai stato tale.<br \/>\n.<br \/>\nLa notte della partenza incontrai nella hall dell\u2019albergo la bellissima figura di una affermata attrice francese che molto ammiro per bravura e fascino. Era velata, sorridente, quieta. Mi sembr\u00f2 di andare via lasciando qualcosa di me. Un presidio d\u2019affetto tra mondi diversi.<br \/>\n<b><br \/>\nMilano 24 febbraio 2006 Mariella De Santis<\/b><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Viaggio in Iran di Mariella De Santis.<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/72"}],"collection":[{"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=72"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/72\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=72"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=72"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=72"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}