{"id":314,"date":"2008-08-18T03:04:06","date_gmt":"2008-08-18T03:04:06","guid":{"rendered":"https:\/\/mahmag.org\/nucleus-import\/?p=314"},"modified":"2008-08-18T03:04:06","modified_gmt":"2008-08-18T03:04:06","slug":"gli-sconosciuti-di-shahram-rostami","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/mahmag.org\/archive-italian\/gli-sconosciuti-di-shahram-rostami\/","title":{"rendered":"Gli Sconosciuti di Shahram Rostami"},"content":{"rendered":"<div class=\"rightbox\"><img src='https:\/\/mahmag.org\/nucleus-import\/media\/2\/20080912-momtaz.JPG' width='165' height='116' alt='' \/><\/div>\n<p>Il vicolo non era molto largo, intorno agli otto metri. E neppure la sua lunghezza era eccessiva, dopo sei o sette case si poteva arrivare alla fine, davanti al muro, cos\u00ec alto. Lo stesso muro che stava in mezzo tra me e gli sconosciuti. <br \/>\n<!--more-->Il vicolo principale lo chiamavamo &#8220;la salita&#8221;, perch\u00e9 l\u00ec ci arrampicavamo con difficolt\u00e0 in bicicletta, quando tentavamo di arrivare in cima. <br \/>\nIl ritorno, invece, era gioia\u2026 Pedalavamo, anche se non era necessario, ma lo facevamo\u2026 <\/p>\n<p>Quando arrivava il tramonto, le voci della madri si levavano alte: <br \/>\n&#8211; Daryush!&#8230;Shabnam!&#8230;Shahab!&#8230; <br \/>\nAlcune volte le voci si incrociavano le une con le altre: <br \/>\n&#8211; Koorosh!&#8230; <br \/>\nE la voce che chiamava Shabnam continuava: <br \/>\n&#8211; Ora \u00e8 buio! <br \/>\nE un&#8217;altra: <br \/>\n&#8211; Ritorna a casa!&#8230; <\/p>\n<p>Mentre scendevamo &#8220;la salita&#8221;, vedevamo il giardino, chiamato Forough, ma prima, sulla sinistra, lo stesso vicolo cieco di otto <br \/>\nmetri\u2026dove io andavo sempre. Pedalando in maniera veloce, arrivavo sempre vicino al muro e frenavo con i piedi. Il freno della mia bicicletta non era rotto, ma non funzionava neppure tanto bene\u2026i miei occhi erano fissi al muro, non pi\u00f9 il muro, ma oltre il muro, il mio sguardo gi\u00e0 oltre il muro, sulla palla; la stessa palla che tutti noi \u2013 &#8220;i ragazzi della salita&#8221;- sognavamo\u2026 <br \/>\nPotevamo sentire costantemente i suoi rumori, i colpi. Si poteva vederla volteggiare nell&#8217;aria. Qualche volta vedevo quella palla dal vicolo principale, che dondolava dolcemente nell\u2019aria. La palla era per loro come una figura familiare, una persona cara. Era impossibile lasciarla cadere dal nostro lato. <br \/>\nForse potevano essere pi\u00f9 persone e ogni persona poteva avere i suoi interessanti giochi, in una casa gigantesca o in un giardino senza fine e verde, e uno dopo l&#8217;altro si scambiavano, le persone e i giochi. Nuotavano, giocavano a pallavolo, a pallacanestro\u2026 forse avevano le biciclette. E giocavano sempre con quella palla. Cos\u00ec sembrava che ci fosse tanta gente\u2026.e la palla non aveva pace. Roteava nell&#8217;aria oltre il muro, morbidissima. <br \/>\nEvidentemente nessuno conosceva gli sconosciuti. Pensavo non fossero miei coetanei. Ma dal loro rumorio che nel silenzio della serata si avvertiva fin da qui, riuscivo ad intuire che non erano pi\u00f9 grandi di me. La gente diceva che la loro porta si apriva sulla direzione della strada principale; la stessa strada che non dovevo percorrere; quella che mia madre diceva di evitare ogni volta che la percorrevo con lei. Una volta le chiesi il perch\u00e8, ma rispose soltanto dicendomi di non avvicinarmi mai a loro! Non so se lo abbia detto cos\u00ec per dire, o perch\u00e8 voleva liberarsi di me oppure perch\u00e9 aveva paura che io andassi per la strada principale\u2026 Ma comunque era davvero strano, non lasciavano mai la palla e non le permettevano che cadesse di qua\u2026era da un po\u2019 di tempo che pedalavo sulla mia bicicletta per arrivare al vicolo e stare in agguato. Una, due volte mi hanno seguito di nascosto dei miei amici, i ragazzi della salita, ma non hanno capito perch\u00e9 andassi sempre il quel vicolo\u2026.e cos\u00ec io mi occupavo della mia bicicletta affinch\u00e9 loro non guardassero in su, affinch\u00e9 non guardassero la palla. Gli sconosciuti non erano molto rumorosi, non litigavano mai\u2026 ma io notavo di pi\u00f9, io percepivo i loro vaghi rumori! Anche se il loro linguaggio sembrava creato apposta per noi, solo per noi, proprio a noi risultava incomprensibile. <br \/>\n\u2026ma un giorno durante il tramonto mentre scendevo la salita con velocit\u00e0, girai per il vicolo di otto metri e improvvisamente frenai, al centro della strada. Non credevo ai miei occhi: gli sconosciuti non stavano giocando. Non vedevo la palla, contrariamente al solito, che rimbalzava di qua e di l\u00e0  con continuit\u00e0. La stessa palla di pelle bianca e leggera\u2026era abbandonata all&#8217;angolo del muro alla fine del vicolo cieco; non si muoveva. Non ricordavo pi\u00f9 da quanto tempo avessi poggiato la mia bicicletta a terra quando andai verso di lei. Si, era la palla di pelle bianca\u2026guardavo prima lei e poi in su. Mi sembrava strano che nessuno fosse venuto a prenderla. Cosa poteva essere successo?! Ho pensato che forse non era passato molto tempo da quando la palla era caduta di qua\u2026 Fino a che, ad un certo punto, ho intravisto la cima della scala, segno che stavano posizionandola giusto in quel momento. Era giusto. Era arrivato proprio in tempo. I rumori degli sconosciuti erano pi\u00f9 forti. Parlavano pi\u00f9 chiaro. Si poteva capire, ma io non li udivo, perch\u00e9 il mio unico pensiero era soltanto alla palla\u2026.Forse una disputa per chi dovesse andare a prenderla\u2026 Era desiderabile e incantevole, leggera, tanto leggera da immaginare che il suo posto fosse proprio li, l\u00e0 su, nel cielo, come gli uccelli\u2026 Ho ripreso la bicicletta e mi sono seduto sopra. Ho pedalato velocemente. Avevo imparato a guidare la bicicletta con un mano di recente. Barcollavo nel vicolo, in quella oscurit\u00e0, ad un tratto mi sono fermato e mi sono voltato. Ho visto la testa di uno di loro; la testa di uno degli sconosciuti. Mi sono mosso, di nuovo, rapidamente, bruscamente, come un uomo che gira vorticoso. Sembrava fosse il mio cuore a pedalare e ad andare avanti. Sono arrivato all\u2019 inizio del vicolo;del muro. Mi sono girato e l&#8217;ho visto. Si, alzato sul muro e aveva lo sguardo fisso, nel buio\u2026 <br \/>\nMa la palla adesso era mia\u2026Non c&#8217;era nessuno dei miei amici. Tutti erano gi\u00e0 nelle proprie case. Ho percorso la salita con difficolt\u00e0. Sono arrivato a casa. Ho nascosto la palla nel tronco dell&#8217;albero vecchio del cortile. Non ero sicuro che gli sconosciuti mi avrebbero riconosciuto, ma comunque non sono uscito di casa per tre giorni. Dicevo di dovere studiare\u2026ma quanto avrei voluto andare dalla palla per palleggiarla e poi nasconderla nuovamente nel tronco dell&#8217;albero! Nessuno ha chiesto notizie\u2026 <br \/>\nIl quarto giorno sono uscito di casa. Con la mia bicicletta ho sceso la salita. Ho rallentato, e quando sono arrivato al vicolo, mi sono fermato.\u2026era apparsa da quella parte; ancora giocavano! <br \/>\n                                                                                                                     Gennaio 2007-Torino<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il vicolo non era molto largo, intorno agli otto metri. E neppure la sua lunghezza era eccessiva, dopo sei o sette case si poteva arrivare alla fine, davanti al muro, cos\u00ec alto. 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